Pelle di Seta o le fiabe del giardino

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

PARTE I

DUE MELOGRANI PER UN TRONO

In un luogo e in un tempo, cui la logica aveva lasciato le sue regole, viveva un re giusto, eppur annoiato dalla vita regale, che da tempo coltivava in segreto il desiderio d’abbandonare il suo regno per trascorrere il resto della sua vita in un piccolo podere, poco distante, nella Valle dei fiori, dove sovente amavano ristorarsi tutti i re giusti che la fatica degli anni aveva costretto a un assoluto riposo.

Non avendo successori ai quali lasciare il suo trono, e per non lasciarlo vacante, decise così di metterlo in palio e d’affidarlo a chiunque gli avesse recato in dono un bene, che avesse all’occorrenza giudicato opportuno.

L’editto promulgato venne esposto il giorno dopo di fuori le mura del castello e a caratteri d’oro, dove tra la folla curiosa, assiepatavi tutta intorno, si fecero largo baldanzosi sei personaggi, ciascuno sicuro del fatto suo, e che con maggior cura rispetto agli altri, si presero la briga di leggere quanto vi fosse scritto, poiché ognuno di loro, in cuor suo, si sentiva già un po’ re.

Giunse il gran giorno, l’intero palazzo brulicava di gente accorsa dalle regioni più remote e misteriose del paese, e la sala del trono, non meno gremita, sembrava attendere soltanto l’arrivo del sovrano.

Tra la gioia dei presenti, squilli di tromba si levarono solenni e accompagnarono l’entrare marziale del sovrano che, con il ciambellano al seguito, prese a sedere sul trono.

«Chi sono i candidati?» chiese il re al suo ciambellano.

«Tra tutti, ne ho personalmente selezionati sei, sire; vedrete non ne avrete a pentirvene, sono un mercante, un fabbro, un commerciante di schiavi, un giovanotto di belle speranze, una donna e un contadino, mio signore».

«Bene fateli entrare, così, come me li avete elencati e vediamo un po’ se un loro dono varrà il trono a cui aspirano».

Venne fatto chiamare il primo.

Il mercante era un uomo tondo e pacioso, largo quanto il ventre delle sue anfore, che a fatica vennero introdotte nella sala, data l’eccessiva mole e il peso considerevole.

«Oh! Mio sire, vi prego di notare la foggia e la capienza di queste anfore, ed è nulla rispetto all’enormità delle ricchezze dentro contenute: diamanti, rubini, smeraldi dei più duri e lucenti, grossi quanto noci, per non parlare delle sete, delle stoffe, le più ricercate, le più ambite, tessute e ricamate dagli dei stessi dell’Olimpo, e sarebbe superfluo menzionare l’ammontare dell’oro e dell’argento ivi stipato a traboccar fin giù i vostri regali piedi» disse compiaciuto il mercante disegnando ad ampi gesti l’immaginifico contenuto.

«Ed è questo il vostro dono dunque?» rispose il re.

«Sì, mio sire, nessuna ricchezza può eguagliare quanto è qui, ai vostri occhi, niente di meglio potete desiderare per appagare ogni vostro desiderio, o banale capriccio».

«Con quale coraggio osate offrirmi ciò che già possiedo?!» tuonò improvvisamente il sovrano. «Pensate voi per questo di avere ricchezze tali da far impallidire persino un re? Pensate d’esser più ricco del re? Pensate d’esser più ricco del vostro re?».

Il mercante rimase basito: «No, mio sire, non intendevo questo».

«Tacete, uomo tronfio e arrogante, ritornate da dove siete venuto e riportate con voi questo ciarpame che è nulla rispetto al mio avere!».

Il mercante se ne andò. Entrò il secondo, un fabbro corpulento, dall’aspetto scontroso e accigliato, che teneva stretto nel pugno il manico di un’enorme spada tanto scintillante che i riflessi abbagliarono in un niente la vista dei presenti.

«Siete forse venuto qui per uccidermi o volete forse dirmi qualcosa?» domandò ironico il re tra le risa generali.

Il fabbro s’inchinò e lasciò cadere al suolo la terribile arma che con un tonfo assordante ammutolì l’intero uditorio.

«No, mio sovrano, è il dono che vi porto che mi presenta come un assassino: ammirate la perfezione e la possanza di questa spada invincibile che ho appositamente forgiato per voi; nessun nemico avrete a temere se accetterete questo dono, in un sol colpo può sbaragliare un intero esercito e affondare un regno, abbia in gloria Dio chi la possieda, e terror di Dio se un dio nemico l’avrà con sé come arma».

Il re rimase per un attimo in silenzio.

«Una spada è fatta per servire, e non si può servire che un re, e nel momento in cui non sarò più re, chi servirà la vostra spada se l’accetto in dono? Voi sarete re, e non avrete con voi la vostra spada che, inutile al mio servizio di umile cittadino, verrà abbandonata, e non voglia la sorte che entri in mano di un nemico che abbia cara la distruzione del regno perché inesorabile sarebbe la vostra sconfitta e la condanna del popolo… Per questo, dico, venga ora distrutta la vostra spada affinché l’ira per il mio rifiuto non vi accechi la mente e diveniate voi un nemico del regno».

Il fabbro, persona in fondo nobile nel cuore e comprensiva per natura, acconsentì perché la spada venisse distrutta, pur avendola costruita con tanta dedizione e amore verso il suo sovrano, e se ne andò, silenzioso, com’era venuto.

Entrò così il commerciante di schiavi.

Era questi un uomo alto e dalla lunga barba, cui il bronzo dei deserti gli bruciava nel corpo con la ferocia dei predoni arabi, e al cui seguito sfilavano, silenziose, donne bellissime per il variare delle forme e il cangiare continuo dei colori.

«Sire, son tante e belle le mie grazie che non saprei proprio quale offrirvi: Questa mora, venuta dalle lontane Afriche, o quest’altra dalle Americhe, rossa come il fuoco, o ancora quest’altra abbagliante come il biancore dei ghiacci artici…» esordì malizioso nel sorriso, mentre lungo pareva l’elenco da riempir l’intero palazzo «oppure tutte assieme» concluse.

«E sarebbero tutte qui, il bene più prezioso che possedete, o sono esse solo il bene più prezioso che intendete offrirmi?» ribatté il sovrano sibillino, scorgendo tra il folto gruppo di schiave una figura di donna, che eccetto gli occhi, da testa a piedi era coperta d’un bellissimo manto azzurro, e che ancor più verde le balenava la luce negli occhi modellata a mo’ d’oblò tra le lunghe ciglia nere.

La donna infatti, non era stata affatto menzionata dal commerciante, che la copriva quasi per intero con il suo corpo.

«Voglio quella schiava che vi tenete appreso più stretta delle altre e che vi siete visto bene dal nominare» chiese il re indicando la donna.

«Non è possibile sire, lei è mia moglie» balbettò il commerciante perdendo d’un tratto la spavalderia che l’aveva sinora contraddistinto, e l’aveva fatto simile a un predone.

«È come temevo allora, non è vostra intenzione donarmi il bene più prezioso che possedete, ma solo ciò che voi ritenete ombre imperfette, rispetto al sole, che quotidianamente riscalda e rinfranca la vostra anima; andatevene dunque poiché il vostro interesse è superiore all’interesse del vostro sovrano».

E detto ciò allontanò con un gesto della mano il commerciante e tutte le schiave, compresa la donna.

Fu poi la volta di un giovanotto riccioluto e nervilineo, magro sin l’ossa, che si guardava tutt’attorno tra la folla febbricitante.

«E voi, chi siete figliolo, cosa avete voi da offrire al vostro re?».

Il ragazzo non proferiva parola, e il suo sguardo perso nel vuoto esprimeva la vivacità di un morto.

«Cos’è, non parla costui?» domandò il re al ciambellano.

«Non lo so, sire, poco fa pareva tanto loquace, si vantava, così giovane, d’esser già beneficiario di patrimoni smisurati, da metter a dura prova qualsiasi possidente residente in questa terra; e non c’è alcuno a cui non raccontasse quanto fosse ricco e potente ora, e come sarebbe stato felice e orgoglioso di lasciare tutto a Vostra Signoria».

Il re guardò a lungo il ragazzo e domandò: «Figliolo dove sono ora i vostri genitori?». Il giovane venne colto da un tremito improvviso, e ricominciò a guardarsi attorno spaurito, e imprecando bestialità d’ogni sorta, si diede lesto alla fuga.

«Guardie! Arrestate quel figlio del demonio poiché accecato dal potere, ha ucciso i suoi genitori».

Le guardie ubbidirono e il giovane venne arrestato.

A quel punto una donna fece il suo ingresso, con in grembo il suo parto, accuratamente avvolto in una soffice coperta di lino.

La donna s’inginocchiò ai piedi del re, e alto sulla sua testa porse il piccolo fagotto.

«Prendete mio sire, vi offro ciò che ho di più caro al mondo, ho perso mio marito in guerra, e non ho alcun parente in vita che possa prendersi cura di me, se non questo mio unico figlio, sangue del mio sangue, carne della mia carne».

«Donna sciagurata!» urlò il sovrano drizzandosi sul trono e additando la donna. «Come osate venir sin qui a farmi una tale proposta, indegna d’una madre; come potete pensare che io vi lasci il mio regno se voi siete disposta a lasciarmi vostro figlio, pur di sedervi qui, sopra il mio trono. Cosa farete se vi si presenterà l’occasione d’armeggiare contro un nemico ostico e agguerrito: gli offrirete il mio popolo in cambio d’una tregua o di un compromesso o per aver salva la vita? Una donna capace di tradire il proprio figlio è ben più capace di tradire il suo popolo; andatevene ora prima che arresti anche voi!».

Concluse furioso, e la donna se ne andò tra le lacrime e lo sgomento del popolo.

«Chi altri ancora?» chiese il re sconsolato. «Il contadino, sire». «Il contadino? Ah, sì, il contadino… fatelo entrare e speriamo bene».

Dopo qualche secondo prese forma il sembiante d’un pover’uomo,  rivestito di stracci, e con ancora tutto l’orto appiccicato tra le mani.

«E voi, villano, cosa tenete nascosto sotto quegli stracci?» domandò il re spazientito.

«Nulla mio sire, nulla che possa recar gioia ai vostri occhi».

«Badate villano, sta a me giudicare quanto voi dite, forza dunque, dimettete quegli stracci e fatemi vedere cosa nascondete, perché io possa vedere».

Il contadino obbedì, e di sotto il mantello, cavò fuori due melograni bacati.

«Melograni bacati? E perché io dovrei accettare due melograni bacati».

L’uditorio esplose in risa sonore.

«Una sciagura mio sire, una sciagura s’è abbattuta sul mio raccolto, una grandine forte e spietata che ha distrutto per intero il mio frutteto, ho salvato a malapena questi melograni che ora umilmente vi offro».

«Ciò che voi dite mi affligge, avendo io a cuore tutti i miei sudditi, indistintamente, ma ditemi, ditemi una sola ragione perché io debba accettare i vostri frutti».

«Vedete sire, ammetto che preso dallo sconforto fui quasi dell’idea di non farmi vedere al vostro cospetto, e di rimanere a riordinare il mio piccolo orto, ma poi ho riflettuto e ripensato a lungo su quanto era successo, e sono arrivato a una conclusione».

«Ebbene?» domandò il re incuriosito.

«… ebbene questi melograni sono sì bacati, sicuramente immangiabili, ma centinaia sono i semi ivi contenuti; la tempesta ha distrutto il mio frutteto, è vero, ma non è riuscita ad annientare la vita ivi custodita; in questi melograni è contenuta la vita, e da vita non può che nascere vita».

«Bene!» esclamò il re sorridente. «Finalmente qualcuno degno del mio regno. Villano il vostro discorso mi ha convinto, prenderò i vostri melograni, e ora che potrò ritirarmi sereno farò nascere, da quei frutti malconci, un frutteto stupendo, infondo ho sempre desiderato avere un piccolo giardino dove poter coltivare le piante lontano dai trambusti e dai clamori regali. Ma badate, voi sarete re a una condizione».

«E quale?» domandò il villano con il sorriso negli occhi.

«Voi sarete re a patto che ogni cinque anni, qui in questa stessa sala, metterete a disposizione il vostro trono a chiunque vi consegnerà in dono, un bene, che voi reputerete gradito, così come ho fatto io oggi con voi, cosicché il vostro successore, sia a sua volta in dovere di fare altrettanto con il futuro reggente, e così proseguendo, sino alla fine dei tempi».

Quello stesso giorno il villano venne incoronato re, e il vecchio sovrano andò a riposarsi nella Valle dei fiori.

 

 

PARTE II

PELLE DI SETA

 

Sara amava spesso narrare la fiaba dei melograni ed il trono al suo bambino e Pelle di seta, il suo bambino, amava di conseguenza farsela narrare e ad essa prestava un’attenzione assoluta e vi sorrideva divertito, ma questa è un’altra storia.

La storia di un inizio e di una fine.

La fine di un parto e l’inizio di una vita.

Dove, si sa, ogni vita significa un tempo e per ogni vita viene un tempo ed anche per Pelle di seta venne il tempo d’abbandonare il suo villaggio, per andare alla ricerca del giardino medicamentoso.

Pelle di seta, come tutti i nomignoli dati quasi per sberleffo o per compassione, si adattava malamente alla natura beffarda di questo povero giovane, che tutto teneva addosso fuorché la seta per pelle.

Il suo corpo, infatti, era un impasto compiuto di spine e punte acuminate, tanto che la madre nel metterlo al mondo, dovette faticare le pene dell’inferno.

Quando Pelle di seta venne alla luce, le autorità più insigni del paese accorsero incuriosite al capezzale della povera donna e ciascuno, dall’alto della sua protervia, intese stillarne una diagnosi accurata.

Il sarto, per esempio, intento con due suoi aiutanti a rammendar la donna nelle direzioni più svariate ed inimmaginabili reputò “l’essere puntuto” inutile a qualsiasi servigio, se non per ricavarne dei grossi aghi da destinare a qualche conciatore della zona e pronosticò, per il nuovo nato, una morte triste e per assideramento non vedendo in quale modo, avesse lui potuto confezionargli un capetto, che gli fosse calzato bellamente e senza danni per le curve impervie.

Il droghiere, invece, riconobbe in quella forma una sottospecie assai rara di cactus sahariano, rinomato per le sue proprietà dissetanti nonché curative e consigliò di stipare la rara pianta nell’emporio del paese, dove sarebbe servita ai paesani nei momenti di bisogna.

Il medico, gonfiando il petto d’orgoglio, si rallegrò per aver individuato un clamoroso caso di sindrome dell’istrice, come lui stesso amò definirla e, offerta una cospicua somma di denaro, insistette per averlo nel suo studio per poterlo analizzare e sezionare con calma, come si conveniva a un uomo di scienza e ad una scoperta degna di nota.

Per il sindaco, poi, null’altro rappresentava se non un penoso malessere sociale, da tener cautamente nascosto al resto della cittadinanza e per il prete, infine, altri non era che la reincarnazione dell’Anticristo in terra e su tutti premeva perché gli venisse consegnato e fosse segregato nello scantinato della chiesa dove, compiuti i quattordici anni d’età, lo avrebbe restituito al cielo e alle braccia del Signore.

Pelle di seta nacque, insomma, così: brutto a vedersi e impossibile a toccarsi e fu solo grazie all’amore della madre che non capitò ucciso sull’istante, né venne abbandonato in qualche luogo sperduto nel bosco e preda di qualche bestia immonda, poiché solo una bestia immonda l’avrebbe gradito nel suo stomaco.

Il padre, per contro, non riusciva a capacitarsi dell’obbrobrio generato e non vi era giorno in cui non implorasse Dio di liberarlo da quell’ignobile peso o di fargli scorgere, nelle preghiere più disperate, una pur plausibile causa, per un castigo tanto immeritato.

Col tempo, però, imparò a non disgustarsi nel vederlo bighellonare per casa e gli divenne normale il saperlo giocare animosamente come tutti i bambini della sua età che hanno, nell’allegria caotica dei loro primi anni, il solo ordine e la corretta crescita, eppure, mal lo sopportava se solo questi tentava d’avvicinarlo o era, lì lì, per rivolgergli un gesto d’affetto o una parola innocua, d’attenzione.

Spesso le notti, veniva colto dallo sconforto e, vinto dalla disperazione, si abbandonava a lunghi pianti:

«Sara, che abbiamo fatto di male per avere come figlio un mostro del genere?».

Si angustiava non appena Pelle di seta si coricava sfinito sul pavimento, accanto al loro letto. Sara gli accarezzava il capo dolcemente, piena d’amore e, così, in un fil di voce gli sussurrava:

«Guarda come dorme il nostro bimbo. È un bambino come tutti gli altri. Certo, non può dormire in un letto vero e proprio, altrimenti lo bucherebbe e rimarrebbe incastrato e magari morirebbe soffocato; non possiamo, certo, cullarlo, abbracciarlo, coccolarlo o anche solo accarezzarlo, ma guarda, guarda come dorme contento, dorme, proprio, come tutti gli altri bambini del mondo»; e guardava fissa la sua creatura, sempre carica d’amore e tanta, tanta speranza.

Circa la sua primissima nutrizione, riguardo ai suoi vestiti o su dove dormisse, ad esempio, fino a quando non ebbe raggiunto un’età più matura, Pelle di seta veniva di regola imboccato con un cucchiaino dal manico considerevolmente lungo, per risparmiare alla madre il ferirsi le mani durante la difficoltosa pappata.

Dormiva, come si è detto, sul pavimento di pietra, fatta eccezione per una vecchia coltre di daino che gli conferiva nella postura da dormiente un qualche cosa di umano, anche se più per convinzione della madre che per una reale utilità e veniva rivestito, alla bene meglio, con della corda che, stretta stretta, era fatta passare attorno al suo corpo, proprio in quelle zone di lui sgombre da aghi e puntoni e che in ogni altra parte del corpo, invece, fiorivano irriverenti.

Pelle di seta crebbe, malgrado tutto, sano e robusto.

Crebbe sano e robusto sia in altezza che in larghezza, seppur lontano dagli sguardi indiscreti dei suoi coetanei e degli altri adulti del villaggio, i quali, con ogni probabilità, non conoscevano la sua solitaria esistenza.

Usciva di casa, infatti, molto raramente e, se proprio doveva, se ne andava nel bosco a raccogliere della legna per il fuoco o a scovarvi grossi funghi porcini carichi di polpa spessa e gustosa.

Talvolta, preferiva dar noia agli animaletti abitanti quei verdi luoghi e questi si lanciavano in fughe disperate, nelle parti più diverse e in turbinii esagerati, quasi si trattasse di evitare il più tremendo dei cacciatori o il peggiore dei cataclismi, del resto Pelle di seta non temeva rivali nella foresta: gli orsi gli giravano a debita distanza e le serpi, non avendo modo di azzannare una pelle tanto coriacea, saettavano lontane e si rifugiavano sotto gli arbusti e le pietre del bosco, non era, poi, raro che, incuranti del suo passaggio, finissero trafitte da parte a parte, come canne suonate da mascelle di lupo e se riuscivano a divincolarsi per tempo potessero aver salva la vita.

Pelle di seta, quindi, era solo anche tra le creature del bosco; non aveva alcuno con cui potesse giocare o che gli fosse almeno amico e, forse, per questo, si immaginava di essere un sovrano temuto e potente, al cui passaggio i sudditi si traevano atterriti, perché umiliati dalla sua figura regale e impotenti a fronteggiare la sua collera funesta.

“Sì, un sovrano!” pensava al figurare tremulo delle sue punte, irte sulla sua testa e nel chiarore di specchio di un placido laghetto e, si girava e rigirava, gigioneggiandosi al volo audace di alcune farfalle turchesi che, insensibili al pericolo, di tanto in tanto, vi si posavano perpendicolarmente.

Infondo, Pelle di seta non era, affatto, un ragazzino infelice: non aveva avuto modo, sino allora, di confrontarsi con gli altri ragazzi del villaggio e non aveva fatto ancora le spese con il sapore rancido della diffidenza e della diversità.

Sapeva, soltanto, di avere una madre dolce e premurosa che pazientemente lo aspettava ogni giorno a casa, al calar della sera e un padre, il quale, sebbene non provasse un grande amore nei suoi confronti, almeno non lo osteggiava o manifestava nei suoi riguardi avversione o violenza.

Eppure, il giorno del confronto e della diffidenza non tardò a venire.

 

L’aggressione

 

Un pomeriggio, Pelle di seta si stava specchiando, come oramai d’abitudine, nelle calme acque del piccolo lago a rimirare estasiato la sua curiosa corona, quando, tre facce che non aveva mai viste, affiorarono d’improvviso nell’acqua e mostrarono dei denti aguzzi, come per scherno.

«Guarda, guarda, che mostro!» suonò aspra una voce.

«Eh già, proprio un bel mostro schifoso» fece eco una seconda.

«Dev’essere il figlio dei Campo» precisò una terza.

Campo era, in effetti, il cognome di Pelle di seta.

«Ho sentito dire che quei due nascondono una specie di demonio in casa loro, ma nessuno l’ha mai visto prima, eccetto noi, s’intende» concluse la terza.

Pelle di seta, sgomento, si voltò alle tre voci e con indicibile stupore si accorse che, alle sue spalle, prendevano posto tre uomini del tutto simili ai suoi genitori, ma per nulla simili a lui e ne ebbe grande dolore.

Il più grosso dei tre scostò gli altri due, quasi infastidito e a muso duro continuò:

«Allora, mostro, sei proprio il figlio dei Campo o sei qualche altra strana creatura che vive in questi luoghi?».

Pelle di seta non capiva perché continuassero a chiamarlo mostro, ma riavuta la voce, dopo lo spavento, in un sibilo tremulo, rispose:

«Sì, signore, Sara e Jose Campo sono la mia mamma e il mio papà, ma cosa volete voi da loro?».

«Sì, signore, cosa volete voi da loro? Ma sentitelo quest’ammasso disgustoso di rovi: parla come noi, oh sì, parla e chiede pure: cosa volete voi da loro? Cosa volete voi da loro? Ma niente vogliamo da loro, razza di cretino. So solo che sei un brutto mostro ripugnante, frutto di un qualche peccato ignobile e meriti solo di morire, ecco cosa meriti: di morire!».

Pelle di seta indietreggiò impaurito.

Il più sottile dei tre afferrò per una spalla il grosso e se lo trasse lievemente in disparte.

«Dai, basta, non vedi che così lo spaventi?». E aggiunse: «Senti, infondo non sono affari nostri, è il prete che continua a imbonirci sulla pericolosità di questo demone dei boschi, come lo chiama lui, ma a me questo famigerato demone non sembra poi, così, pericoloso».

«Oh, lascia fare, per Dio, sei andato fuori di senno anche tu? Non vedi che razza di creatura immonda è questa? Adesso è piccolo e innocuo, ma quando cresce?».

«Già, quando cresce?» rincarò la dose il medio dei tre e continuò: «Ha ragione Tobia, quando cresce? Questo quando cresce farà danni irreparabili, te lo dico io che le Scritture le conosco piuttosto bene».

Pelle di seta, nell’ascoltare quel breve conciliabolo, capì che qualcosa in lui non andava e un tumulto irrefrenabile prese a galoppargli fino in gola e proruppe in un pianto soffocato. Il grosso sbottò, allora, divertito:

«Oh, ma guarda come frigna» rise tenendosi ferma la pancia e allontanandosi di due o tre passi; prese una breve rincorsa e gli si avventò con un piede nello stomaco che, quasi, non lo stese diritto nel lago.

«Dannazione! Dannazione! Guarda qua cosa m’ha fatto questo porco maledetto!» urlò, poi, tenendosi alto il piede per una caviglia, mentre il sangue gli usciva copioso da sotto la suola lacerata.

«Sei proprio uno sciocco!» lo rimproverò il medio: «Guarda qua come si fa». E, afferrato un lungo bastone, lo piantò nello stesso punto. Stavolta Pelle di seta schiantò fulmineo dentro il lago.

Il sottile e il medio se ne sarebbero, forse, andati festanti e ad ampie falcate, se solo il grosso non fosse stato costretto ad arrancargli appresso claudicante e visibilmente dolorante a un piede; fatto è, che tutti e tre lasciarono il laghetto e tornarono in sordina al villaggio.

 

Il giardino medicamentoso

 

Sara, non vedendo tornare il figlio per tempo, prese la piccola slitta e andò a cercarlo nel bosco sperando non si fosse inoltrato troppo nel cuore della selva, ma per sua fortuna lo trovò a mezzo chilometro dal villaggio, agonizzante nel piccolo lago e si sentì alleggerire il cuore.

Lo scoprì impigliato in un grosso ramo d’acero, che un vento repentino aveva curiosamente spinto a investirlo per intero, salvandolo da morte certa e riuscì, così, a recuperarlo e a trascinarlo per una corda sulla slitta.

Lo riportò, poi, a casa piuttosto celermente, non senza la dovuta cautela.

Pelle di seta trascorse l’intera settimana in preda agli spasmi della febbre e non vi era attimo in cui non implorasse i tre uomini di lasciarlo stare, di non chiamarlo più mostro e al contempo chiamava Sara, la quale, servizievole, tentava di calmarlo nell’intonare con voce suadente dolci filastrocche medioevali.

«Smettila, smettila, per Dio, lascialo al suo destino» la implorava Jose, cadendole ai piedi disperato «forse è meglio, così, forse hanno ragione loro», ma Sara continuava incurante e all’ennesima supplica del marito si voltò quasi stizzita, trattenendo a malapena un moto d’odio:

«Attento» lo ammonì «attento a quello che dici. Lo sai quanto ti amo e quanto soffro nel sentirti dire queste cose di nostro figlio. So bene che quel prete lo vuole morto. È stato lui a mandare quei tizi a uccidere il nostro bimbo, ma io non lo permetterò, non permetterò a nessuno di portarmelo via. Nemmeno a te» e riprese il filo delle dolci filastrocche, sino a quando Pelle di seta non fu completamente ristabilito.

Ben presto, Pelle di seta ricominciò le sue attività giornaliere, ma non ebbe più il coraggio di uscire nel bosco dove a suo modo si sentiva un piccolo re.

Trascorreva le giornate aiutando come poteva la madre nelle faccende domestiche e il padre a sistemare la legna per il fuoco che egli collocava in grossi mucchi triangolari e ricopriva talvolta con spesse pelli.

Una mattina, però, prima del pranzo, assicuratasi che il marito fosse ancora fuori a tagliare la legna, Sara trasse a sé Pelle di seta in un angolo della cucina e china sulla sua figura gli confidò un segreto straordinario:

«Ascolta figlio mio» gli disse, prossima al suo orecchio «più avanti, quando avrai compiuti i quattordici anni, dovrai tornare nel bosco alla ricerca di un giardino favoloso». Pelle di seta ascoltava la madre sbalordito. «Un tempo, era il giardino delle antiche donne del bosco, donne sagge e bellissime capaci, grazie alle piante in esso contenute, di guarire tutti i mali possibili, anche i più gravi e resistenti. In questo giardino amano crescere alberi e frutti prodigiosi. Vi prosperano fragole rosse come il fuoco, limoni del color del sole, noci imbevute di miele e nettare d’ambrosia, mele maturate ai tempi della creazione, banane, meloni, manghi e avogadi, venuti dai mondi più antichi e lontani, fiori ed erbe d’ogni specie e profumo della terra e tutt’attorno siepi di ibisco, di rose e di gardenie e, poi, la frangola, la genziana, il giusquiano, l’ipecacuana, l’eufrasia, la melissa, la valeriana, la belladonna, la mandragora… oh, se vedessi, se sentissi quali delizie, quali fantasticherie si realizzano in quel giardino». Pelle di seta, nell’ascoltare il lungo elenco delle meraviglie, s’immaginava ora d’esser pianta tra le piante e re tra le piante, «ma tra tutte» precisò la madre «tra tutte, tu dovrai avvicinarti al grande pesco, che si erge con una corteccia di velluto su uno dei sei piccoli colli e, arrivato ai suoi piedi, ne gusterai il frutto. Se il tuo desiderio sarà intenso, la sua polpa ti scenderà in gola festosa e penetrerà nella tua carne impregnando i tuoi tessuti, le tue ossa, il tuo sangue e la tua anima e modellerà ogni cosa secondo sapienza divina e come per incanto ti restituirà una pelle liscia e levigata e gli aghi e i rovi ti cadranno da dosso, come mosche abbattute dalla tempesta. Le antiche donne lo usavano per rimanere sempre giovani e belle: ottenevano dai suoi frutti una poltiglia fine e se la spalmavano in volto e nel corpo, appianando ogni ruga ed escrescenza, ma ricordati figlio mio, basterà un solo frutto perché tu possa goderne a pieno i suoi benefici senza per questo dolerti».

Pelle di seta parve ridestarsi da un lungo sogno quando, d’improvviso, domandò:

«E io, se fossi una pianta, sarei una pianta mostro o sarei una pianta bella?».

La madre si commosse:

«No, saresti la pianta più bella del giardino» e accarezzatagli la testa per la prima volta si ferì la mano, ma non si curò del dolore. «Oh, Pelle di seta, se solo potessi io addentrami nel folto del bosco!», ma pronunciate le ultime parole, entrò Jose con due bei ciocchi di legno sotto il braccio, pronti per il fuoco del pranzo.

 

di Raffaele Pastrello

copyright 2008

 

CONTINUA… 

881941_436450306467029_298521365_o

Un pensiero su “Pelle di Seta o le fiabe del giardino

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...